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Anche questa è una regione del riso a tutti gli effetti. Qui troviamo risaie purissime, che danno un prodotto di alta qualità. Più di 2900 ettari, concentrati soprattutto nell'Oristanese. Ma la risaia non è certo l'immagine più comune dell'isola. Il paesaggio della Sardegna, anzi, se si eccettuano i centri abitati della costa e le minuscole cittadine dell'interno, è pietroso, popolato di una vegetazione scarna e ridotta all'essenziale dal sole e dal vento, tra le rocce e i prati che poco offrono oltre all'erba. E in questo paesaggio è naturale che vi siano dei pastori con le loro greggi alla ricerca di foraggio, dalla collina alla montagna, da una pianura ad un'altra. E' tra questi pastori che è nata e che vive la cucina della Sardegna. I pastori stanno lontani per mesi dalla loro casa e dalle loro famiglie; si creano un mondo tutto particolare; vivono di quel po' di cacciagione che riescono a catturare, delle carni dei loro agnelli, del latte e del formaggio delle loro pecore e delle poche provviste portate a casa, praticamente solo pane. La Sardegna vera è ancora questa dei pastori: è la terra dove c'è ancora selvaggina abbondante e dove i cacciatori sanno di poter agevolmente riempire i carnieri. C'è poi la seconda cucina sarda, quella delle mogli che attendono a casa i mariti e i figli pastori. Il pane è l'unica cosa che faccia parte delle provviste degli uomini quando partono da casa con le pecore, e il pane è il capolavoro della donna sarda. Se ne conoscono due tipi, ambedue adatti ad essere conservati per lungo tempo: il "chivarzu" e il "carasau" (o "carta musica"). Il "chivarzu" è confezionato in forme grandi e morbide che richiedono una delicata cottura eseguita nei grandi forni di cui ogni casa è dotata; i pani possono pesare fino a dieci chili e rimangono freschi per lunghissimo tempo. Il "carasau" è completamente diverso: si tratta di fogli sottili, quasi trasparenti, croccanti, secchi e durissimi più di un biscotto, che devono essere conservati in panni umidi e, al momento di consumarli, ammollati in acqua bollente per farli rinvenire. Questo tipo di pane è molto diffuso nella Barbagia, una zona montagnosa e popolata quasi esclusivamente da pastori. Il pane è in queste terre il simbolo dell'unità familiare interrotta durante l'anno da periodi di lunga lontananza, ma - proprio per questo - più salda e più sacra di altrove. La cucina dei pastori è molto colorita, e il rito più importante è l'arrosto fatto all'aperto. I pastori sono gli specialisti dello spiedo: la vittima è di solito il porcellino allo stato brado che, catturato e ucciso, viene infilzato nello spiedo e piantato per terra di fianco al fuoco. Per il fuoco si usa della legna secca aromatica (i pastori raccolgono rami di ginepro, di lentischio e di olivo) che conferisce alla carne sapori robusti e sconosciuti alla cucina delle grandi città. C'è anche il sistema di fare l'arrosto "a carraxiu": si scava una buca per terra, ci si accende un fuoco e, quando questo si è consumato, vi si colloca il porcellino o l'agnello avvolto in erbe aromatiche; si riempie la buca di terra e vi si accende sopra un bel fuoco da alimentare a lungo. La cottura è più lenta, ma i risultati sono veramente eccellenti. L'arrosto è il piatto principale dei pastori, che però si nutrono anche di ottimo prosciutto ricavato facendo affumicare cosce di cinghiale e di maiale selvatico e, naturalmente, di formaggio fabbricato alla meglio giorno per giorno nella solitudine dei pascoli. I formaggi sono una delle specialità della Sardegna e il pecorino di questa regione è ormai presente nella cucina internazionale come uno dei prodotti più genuini. C'è, oltre alla Sardegna delle montagne, anche quella del mare: è un mondo tutto diverso, stupendo e meraviglioso, con spiagge di sabbia finissima e bianchissima e scogli favolosamente belli. In queste zone gli abitanti sono grandi pescatori ed è quindi naturale che la loro cucina risenta di questa presenza del mare. Famosa è "sa cassola", una zuppa di pesce della zona di Cagliari che ha origini spagnole, mentre nella zona settentrionale dell'isola si prepara "sa buridda", di origine ligure, la cui base è il gattuccio di mare. In tema di aragoste, molto abbondanti nel mare che circonda la Sardegna, è inutile dilungarsi; basta pensare che gran parte delle aragoste che nobilitano i più grandi ristoranti europei vengono proprio da qui.
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L'ulivo e la vite sono coltivati nelle zone collinose. La produzione di frumento, orzo e ortaggi vengono coltivati nella piana del Campidano. Notevole è la produzione di barbabietole e di arance. Tipico prodotto della Sardegna è la quercia da sughero, la quale è favorita dal terreno molto arido. L'allevamento degli ovini esiste fin dalle più antiche tradizioni. Molto prosperosa quindi è la produzione di formaggi, carne e lana. La pesca non ha mai interessato i Sardi sin dall'antichità. L'unica pesca sviluppata è quella del tonno, e delle aragoste. Nelle coste si pescano anguille e cefali. Molto importante è la pesca del corallo. I prodotti veramente sardi sono questi: gioghittos de casu sono formaggi a pasta tenera a forma di capretti, cavallucci o statuette che si regalano ai bambini; il miele amaro è un miele delicatissimo dallo strano sapore e profumo prodotto dal nettare del corbezzolo e di altri fiori; il mugheddu è il muggine salato, seccato e affumicato, da mangiare tagliato a fette sottili condite con olio, aceto, aglio e prezzemolo; tra i dolci ricordiamo gli amarettos (amaretti), le aranzade (torroni), le angulis (ciambelle) e i pabassinas tradizionali di Natale; il caciocavallo si prepara con latte vaccino in forme anche piccole dette casizzolu, mentre il casizzolu arrustiu è caciocavallo arrostito, ossia caciocavallo tenero che viene spaccato in quattro e poi posto su carta da musica e messo al forno perché si fonda e possa essere mangiato coperto di miele amaro; il gioddu, detto pure junchetta, è una quagliata di latte di pecora, capra o vacca che ricorda nel gusto lo yogurt; la fresa di latte vaccino è un formaggio fresco, burroso e morbido, simile allo stracchino lombardo, a forma schiacciata e rotonda; il pecorino classico, commercializzato con la denominazione di Cacio Fiore, si prepara con latte ovino sia nella versione fresca sia in quella stagionata da grattugiare; c'è anche una versione invermata, cioè fatta marcire con l'acaro del formaggio, ed è il casu becciu; i prosciutti sardi, per lo più di produzione casalinga, salati e affumicati, possono essere di suino, di cinghiale o di bardotto e sono famosi i prosciutti dell'Ogliastra e della Barbagia; la zurette è un sanguinaccio composto di sangue di pecora misto all'omento sminuzzato, a carta da musica e a formaggio grattato. Chiuso nello stomaco della stessa pecora, si manda alla brace e poi lo si taglia a fette quando è freddo.
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